domenica 7 dicembre 2008

Panico: Istruzioni per l'uso

Gli attacchi di panico sono un problema abbastanza diffuso. Ci si trova paralizzati e non si sa bene come affrontarli.
Per questo motivo consiglio la lettura di un semplice testo sul panico che può essere una guida per chi ne soffre e un modo per comprenderlo meglio. Gli autori ci mostrano come ci sia più di una strada da percorrere in un approccio muiltidisciplinare alla persona.



PANICO: ISTRUZIONI PER L'USO - Come trasformare un problema in una opportunità


G. Lanari, B. Rossi, P. Adorni, V. Cei

Armando Editore – Roma – 2006 – 110 - euro 13,00

La parola panico indica una forte paura che disorienta e rende incapaci di reagire in modo opportuno di fronte ad una situazione di pericolo esterno. Nell’attacco di panico questa reazione avviene in condizioni “normali”, quotidiane tanto che appare quasi impossibile capire cosa produca un tale stato di allarme e angoscia. Si potrebbe dire che il pericolo è “invisibile” perché interno alla persona, è dato da fragilità del sé e conflitti interiori inconsci che creano ansia eccessiva anche in situazioni comuni.

Ecco il motivo per cui è necessario rivolgersi a professionisti competenti; credo che il libro “Panico: istruzioni per l’uso”, dia indicazioni utili e alla portata di tutti per capire come, e con l’aiuto di chi, affrontare il problema. Infatti il libro si propone come una guida pratica per fare chiarezza in situazioni dove la confusione e il disorientamento prevalgono.

A mio parere, un aspetto di rilievo del testo è il continuo rimando alla necessità di integrare le soluzioni di cura proposte, creare una rete di sostegno per approdare ad una presa in carico globale della persona. L’operazione di ridare unità laddove prevale un sentimento di frammentazione del sé è importantissima; in tal modo è possibile occuparsi dell’aspetto sintomatico del disturbo da attacchi di panico (DAP) che si esprime attraverso il corpo, delle origini del disturbo consentendo una modificazione di percezione e pensieri e, infine, dell’integrazione sociale attraverso l’incontro con chi soffre dello stesso problema e la condivisione di disagi e preoccupazioni.

Il lettore può affidarsi completamente al testo certo che si potrà sentire accolto e rassicurato. Infatti penso che la funzione fondamentale dello stile semplice, chiaro e diretto del libro sia di far comprendere che si può essere capiti, accettati e curati a condizione che ci si impegni in un progetto volto al recupero di un benessere di cui tutti dovremmo poter godere.

La prima parte del libro, in particolare, svolge un ruolo di accoglienza e introduzione all’argomento con una modalità terapeutica di per sé. Iniziare a parlare del sintomo dandogli un significato permette a chi legge di attivare un pensiero differente che riporta alla presenza di motivazioni profonde e spesso non considerate. Dare senso fa sentire meno malati e dà la speranza che una soluzione possa esistere.

Ho trovato molto interessante come, attraverso il significato etimologico della parola panico, si riesca a risalire al conflitto originario alla base del DAP, il cortocircuito tra aspettative, a volte troppo elevate, e bisogni/desideri, spesso trascurati, acuito da una società odierna estremamente competitiva e da modelli ideali eccessivi.

Con tali premesse la malattia appare come un segnale di disagio e di “stop” obbligato di fronte alle molte richieste di cui ci sentiamo sommersi e a standard personali e sociali esagerati. È chiaro come queste situazioni possano scatenare angoscia se si pensa ad un sé fragile che necessita di trovare contenimento ma si trova inserito in un ambiente dove è sempre più difficile trovare dei limiti e riconoscerli. Non avere confini precisi può rappresentare la possibilità di perdere la propria identità e fondersi col mondo esterno e per questo suscita angosce di morte, morte del sé.

Pur nella sofferenza non è facile chiedere aiuto, fidarsi e affidarsi mantenendo contemporaneamente l’idea che la cura di sé non deve essere delegata ma agita in prima persona. Ecco che le soluzioni proposte al lettore sono varie e complementari.

Tra le possibili psicoterapie viene trattata nello specifico l’approccio cognitivo–comportamentale attraverso il quale si cerca di eliminare le reazioni di panico senza però indagare i motivi profondi che le generano.

La psicoterapia, di qualsiasi tipologia essa sia, va assolutamente integrata con l’uso di farmaci adeguati che, tenendo sotto controllo gli attacchi, permettono di concentrarsi meglio sul lavoro terapeutico e di recuperare in tempi relativamente brevi una migliore qualità di vita.

Infine, non va sottovalutato l’aspetto dell’integrazione sociale di chi soffre di DAP. Condividere in gruppi di auto-mutuo aiuto il proprio malessere fa sentire compresi e meno isolati nel proprio disagio. Come psicoterapeuta di gruppo tengo però a sottolineare che l’auto-mutuo aiuto ha una funzione di integrazione e di supporto ma non terapeutica in senso stretto. Esistono infatti gruppi di psicoterapia condotti da uno psicoterapeuta esperto che hanno modalità diverse e non sono necessariamente omogenei, cioè composti da membri che presentano lo stesso disagio.

Solo attraverso una rete forte, che possa contenere tutti gli aspetti della persona, è possibile riappropriarsi del benessere. Ciò non significa ritornare ad essere “come prima” ma procedere in un percorso di crescita che porta a superare le problematiche per le quali l’attacco di panico lanciava un segnale di allarme.

Dott. Simona Di Carlo – Psicologa Psicoterapeuta

Amori in chat

La ricerca di un partner attraverso internet è diventata un fenomeno molto diffuso in una fascia di età ampia che va dai 18 ai 55 anni. Sono sempre più numerosi i siti che consentono incontri online, attraverso lo scambio di messaggi come e-mail o, in modo più interattivo, grazie alle chat.

Le motivazioni che portano a ricercare il partner su internet riguardano sempre di più la difficoltà di creare relazioni significative nella vita quotidiana. I ritmi sono sempre più veloci, gli spazi dedicati alle varie attività sono ben definiti, scarseggiano i luoghi in cui le persone si possono incontrare in tranquillità e passare del tempo insieme.

Il computer è un mezzo ormai alla portata di tutti e molto usato in ogni ambito, è quindi facile rivolgersi ad esso come strumento anche per i momenti di svago.

È importante però sottolineare come sia differente instaurare delle relazioni mediate da uno strumento che altera, modifica, ridefinisce le caratteristiche del modo di comunicare. Fino a poco tempo fa ci si interrogava sui motivi che spingono a rivolgersi al virtuale piuttosto che al reale. Ora ci si trova di fronte a un fenomeno consolidato e occorre analizzare come cambia il modo di relazionarsi online per comprenderne meglio le implicazioni.

I primi studi relativi al fenomeno Internet risalgono agli ultimi anni novanta ed sono centrati sulle differenze esistenti tra la comunicazione vis a vis e quella virtuale. Emerge con evidenza il fatto che, tramite chat, forum o e-mail, mancano alcuni elementi fondamentali relativi alla comunicazione non verbale. Ci si affida ad un testo scritto, nell’immediato o in differita, contornato da sostituti parziali degli indici mancanti quali emoticon, punteggiatura, precisazioni.

Tramite il computer si ha la sensazione di poter parlare direttamente alla mente dell’interlocutore, in una sorta di dimensione telepatica. L’identità di ognuno è protetta da nickname e la si può intuire dalle informazioni che si decide di fornire rispetto a se stessi. Informazioni che possono non essere reali e che vanno dall’aspetto fisico alla professione.

In sostanza non si può mai avere la certezza di chi si celi dietro al nickname, ma la maggior parte delle volte in cui si struttura uno scambio consistente, si ha l’impressione di conoscere l’altro.

In realtà, l’altro che crediamo di conoscere, è un’immagine che ci siamo costruiti a partire da informazioni assolutamente parziali. Ci si può anche innamorare di tale immagine, creata riempiendo quei vuoti di informazione rispetto all'identità dell'altro con parti di sé proiettate. È come quando leggendo un libro ci si immagina i protagonisti, i luoghi e le situazioni descritte. Da una descrizione possono emergere infinite immagini diverse perché ognuno le dipinge con la propria fantasia, secondo i propri gusti, preferenze e desideri.

Lo stare di fronte al computer pone in un assetto narcisistico. Si interagisce con una macchina, il cui monitor riflette l’immagine dell’utilizzatore. È complesso figurarsi altre persone, se non conosciute, dall’altra parte nella condizione di riceventi. La comunicazione diviene autoreferenziale, l’interpretazione dei messaggi va a colmare i nostri bisogni piuttosto che dare indicazioni realistiche sull’altro. Ci può essere una sorta di depersonalizzazione dell’altro e si cade più facilmente in una regressione a livello di modalità che non rispettano più gli standard socialmente accettati.

Vediamo più in dettaglio alcuni aspetti della comunicazione online che possono rivelarsi potenzialmente pericolosi.

Ho parlato prima di identità nascosta. Questo avviene non solo perche non ci si presenta con il proprio nome. Bisogna considerare come lo scambio avvenga in una situazione di “vuoto sociale”, vale a dire una situazione in cui non abbiamo alcuna coordinata che ci dia informazioni o indizi rispetto a sesso, professione, etnia, età, provenienza geografica, status ecc. Senza questi elementi, che normalmente valutiamo in modo quasi inconsapevole nello scegliere con chi relazionarci, l’identità delle persone tende a sfumare fino a scomparire.

Il fatto di potersi presentare come si desidera, mettendo in gioco solo alcune parti di sé o reinventandosi completamente, unito alla garanzia dell’anonimato e alla comunicazione mediata, dà l’impressione di poter esercitare un controllo maggiore sulla relazione. Inoltre si può scegliere quando connettersi e con chi parlare, valutando anche il profilo che l’altro decide di mostrare per farsi conoscere, controllando così anche lo scambio comunicativo.

Questa sorta di “vuoto sociale” contribuisce ad abbassare il livello di autocontrollo delle emozioni, che vengono espresse senza troppe inibizioni. E’ frequente il fenomeno definito flaming che sta ad indicare attacchi aggressivi ingiustificati, spesso corredati di linguaggio volgare. Anche la molestia sessuale è abbastanza frequente, intesa come messaggi spinti, proposte, insulti. Per chi non è preparato a tali abusi nella relazione, questi fenomeni risultano inaspettati, incomprensibili e vengono subiti passivamente all’inizio, senza quasi rendersi conto di ciò che accade.

Le caratteristiche della relazione online relative alla costruzione di un Io virtuale, al maggior controllo che si esercita sull’altro e la riduzione dell’inibizione degli impulsi facilitano chi nella vita reale ha maggiori difficoltà a livello relazionale. Ci si permette di osare, di aprirsi, di essere più attivi nella relazione perché ci si sente protetti e si è certi che, qualora le cose non andassero come si desidera, basterebbe un click per cancellare tutto.

La comunicazione via chat, allora, potrebbe rappresentare una risorsa in questo senso. In realtà si è visto che riuscire ad instaurare rapporti di scambio su Internet non cambia la qualità della vita relazionale nel reale. Le gratificazioni possibili rimangono legate al mondo virtuale e questo rischia di inibire ancora di più negli scambi reali, che risultano faticosi e frustranti, generando maggior chiusura.

Per quanto riguarda le relazioni online, l'anonimato insieme all'atto di scrivere le rende più intense. Quei processi che possono richiedere tempi lunghi nelle relazioni offline per creare dei legami, online si accendono nel giro di pochi giorni. Ci si ritrova a poter appagare alcuni dei nostri bisogni in modo rapido: online c’è sempre qualcuno pronto a rispondere. La lontananza fisica contribuisce ad accorciare le distanze relazionali e ad entrare subito in intimità.

Sono però, in alcuni casi esperienze “monosensoriali”, legate alla vista e in cui il resto della sensorialità viene solo immaginato. Spesso la comunicazione passa alla voce, ci si scambiano foto e, in molti casi ci si incontra.

Questa progressione nel rapporto è tanto più complessa quanto più sono durate le varie fasi di avvicinamento. Se ci si incontra in una chat e si decide di conoscersi nel giro di poco tempo, le aspettative e le fantasie reciproche non avranno fatto molta strada. È diverso se si tratta di lunghi rapporti virtuali che poi passano all’offline.

La realtà fisica, sensoriale e l’identità reale dell’altra persona si scontra con l’immagine ideale e piena di proiezioni che ci si era creata nel corso della conoscenza. Per questo motivo molti non mischiano relazioni virtuali e reali.

Internet e tutte le sue possibili funzioni, rappresenta un serbatoio di stimoli eccitanti, ma anche un contenitore dai confini labili ed indefiniti che permette ai soggetti di cambiare le normali regole nelle interazioni umane, di sperimentare non solo nuove emozioni, ma nuovi se stessi, che più si confanno ai propri intenti. Tutto questo è altamente rischioso in termini di dipendenza. La IAD (internet addiction) è rientrata a far parte delle categorie diagnostiche psichiatriche di recente. La sintomatologia è molto pesante e può interferire con la quotidianità della persona.